Lippo Memmi, Santa Elisabetta d’Ungheria - Museo Poldi Pezzoli, Milano

Lippo Memmi, Santa Elisabetta d’Ungheria – Museo Poldi Pezzoli, Milano

Lippo Memmi, Santa Elisabetta d’Ungheria

Al Museo Poldi Pezzoli è possibile visitare la mostra “Meraviglie del Grand Tour, realizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art di New York e in dialogo con Tutti gli Dèi di Ferzan Özpetek.

La mostra temporanea dal piano terra si sviluppa al piano superiore, dove c’è la collezione permanente. Così senza soluzione di continuità ci si trova dall’allestimento curatoriale contemporaneo al silenzio delle sale storiche e così girando è possibile imbattersi davanti a un’opera che cattura o sguardo.

Sull’onda della recente lezione del dottor Mario Marubbi dedicata al Gotico internazionale, è la Santa Elisabetta d’Ungheria attribuita a Lippo Memmi che ha rapito la mia attenzione.

Al di là del fascino — e dell’emozione — di poter guardare da vicino una tavola del secondo quarto del Trecento, ciò che colpisce è la sua natura di immagine “di soglia”: non più rigidamente bizantina, ma non ancora spazio rinascimentale.

La figura non è più puro segno gerarchico, ma nemmeno corpo inserito in uno spazio prospettico. È presenza raffinata, psicologicamente avvertita, ancora immersa in un tempo liturgico.


Fondo oro

Il fondo oro punzonato non costruisce profondità, non ambienta la scena: rende presente il sacro.

L’oro è materia teologica. Non rappresenta luce naturale, ma una luce non temporale. Annulla il tempo e sospende la figura in una dimensione che non appartiene alla storia, ma alla visione.

La santa, con il capo leggermente inclinato, emerge in questo spazio simbolico. La linea sottile del volto e del manto prevale sul volume; la luce è spirituale, non naturale. Lontano dalla costruzione spaziale giottesca, l’immagine è presenza meditativa.


I fiori del miracolo

Secondo la tradizione medievale, mentre portava pane ai poveri in segreto sotto il mantello, Elisabetta fu fermata perché sospettata di furto. Quando aprì il mantello, il pane si era trasformato in rose bianche e rosse: segno della grazia divina che proteggeva le sue opere di carità.

Nel dipinto i fiori non sono studi botanici. Sono segni riconoscibili, cromatici, che emergono dal bruno del manto. Non descrivono la natura, ma il miracolo.

Anche qui la pittura non mira al naturalismo: mira alla verità simbolica.


Una sensibilità gotica

Lippo Memmi, cognato di Simone Martini, lavora in una Siena in cui l’immagine si fa più elegante, più cortese, più narrativa. La figura acquista grazia, il gesto si umanizza, ma il sistema resta simbolico.

Questa tavola sta su quella soglia che la lezione sul Gotico internazionale ha messo a fuoco: il momento in cui l’Europa impara a vedere l’individuo pur restando dentro un ordine ancora teologico.

Spazio simbolico, fondo oro bizantino, sacralità, figure ferme e liturgiche. Qui la pittura è ancora teologia visiva: non descrive il mondo, ma rende visibile una verità religiosa.

Ed è davanti a opere come questa che si comprende come il fondo oro è tutt’altro che un limite tecnico, è una scelta culturale.


La formazione di CorsiArte

Le collezioni permanenti sono preziose perché consentono osservazione diretta, analisi tecnico-formale, contestualizzazione e confronto tra opere. Permettono di cogliere i sistemi culturali che le hanno prodotte.

È questo esercizio dello sguardo che sviluppiamo nei percorsi di CorsiArte:
leggere un’opera significa comprenderne il ruolo nella storia della visione, non soltanto riconoscerne l’autore.

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Lippo Memmi, Santa Elisabetta d’Ungheria, 1330–1340 ca., tempera e oro su tavola, Museo Poldi Pezzoli, Milano