Il paesaggio del Perugino
Come nasce un modello nella pittura umbra
Quando pensiamo a Pietro Perugino, ci vengono subito in mente colline morbide, cieli luminosi, alberi leggeri e lontananze azzurre sospese tra lago e mare. Eppure il celebre paesaggio peruginesco non nasce improvvisamente: è il risultato di una lunga evoluzione che attraversa la cultura fiamminga, la Firenze del Verrocchio e infine la costruzione di un linguaggio poetico destinato a diventare un vero canone figurativo.
Lo storico dell’arte Elvio Lunghi, ha dedicato degli studi alla pittura di paesaggio in Umbria: il Perugino emerge come il pittore che più di ogni altro riesce a trasformare lo sfondo naturale in un’immagine mentale e atmosferica, capace di influenzare intere generazioni di artisti umbri.
I primi paesaggi del Perugino tra Fiandre e Firenze
Secondo Elvio Lunghi, il giovane Perugino entra nella bottega di Andrea del Verrocchio già come pittore formato. A Firenze entra però in contatto con una cultura figurativa molto diversa da quella umbra: più attenta alla sperimentazione prospettica, allo studio della natura, alla costruzione atmosferica del paesaggio e alle suggestioni della pittura fiamminga. In questo ambiente incontra artisti come Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli e Lorenzo di Credi, assimilando nuovi modi di costruire lo spazio e l’immagine.
Nei dipinti giovanili compaiono rocce scoscese, montagne a strapiombo, vallate lontane, paesaggi fantastici e irrealistici. Non sono vedute umbre reali, ma immagini d’invenzione influenzate dalla pittura fiamminga, molto amata nella Firenze del secondo Quattrocento.
Lo studioso osserva come questi sfondi si avvicinino alle ricerche di Leonardo sul paesaggio della Valle dell’Arno, anche se il Perugino non copia direttamente la natura: guarda piuttosto alle invenzioni dei grandi maestri contemporanei.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, Adorazione dei Magi, tra il 1470-1473. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, Gonfalone con la Pietà (noto anche come Pietà del Farneto o Pietà tra i santi Girolamo e Maria Maddalena), tra il 1472 e il 1475, particolare. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.

Leonardo da Vinci, Paesaggio con fiume (noto anche come Paesaggio della Valle dell’Arno o Paesaggio del 5 agosto 1473), 1473 (datato precisamente al 5 agosto 1473). Firenze, Gallerie degli Uffizi
La continua evoluzione del Perugino
Elvio Lunghi insiste su un aspetto: il Perugino non è un pittore fermo su una formula ripetitiva, ma un artista capace di trasformare continuamente il proprio linguaggio.
Secondo lo studioso, molti grandi maestri attraversano profonde evoluzioni stilistiche nel corso della loro vita, e Pietro Perugino rientra pienamente in questa categoria. Viene così rifiutata l’idea di un artista “vecchio” o irrigidito nella ripetizione di modelli, mettendo invece in evidenza la sua capacità di aggiornarsi continuamente e di confrontarsi con il gusto contemporaneo: sapeva adeguarsi “all’aria che tirava”.
In questa prospettiva, il Perugino si distingue da quei pittori maggiormente legati a formule riconoscibili e stabili. La sua pittura cambia nel tempo: dai paesaggi giovanili influenzati dalla cultura fiamminga fino alle atmosfere più leggere e luminose degli anni maturi.
Ed è proprio in questa evoluzione che nasce il celebre paesaggio peruginesco, fatto di colline morbide, orizzonti bassi e lontananze azzurre sospese tra Umbria e Marche.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, Crocifissione di Santa Maria Maddalena dei Pazzi (nota anche come Crocifissione Pazzi),1494–1496, particolare. Firenze, Sala capitolare dell’ex-convento di Santa Maria Maddalena dei Pazzi.
La nascita del vero paesaggio peruginesco
Negli anni Novanta del Quattrocento il linguaggio del Perugino cambia profondamente. Le montagne diventano meno aspre, gli orizzonti si abbassano, le colline si addolciscono, compare una sottile linea azzurra sul fondo: il mare.
È in questo momento che nasce il vero paesaggio del Perugino. Il pittore crea una straordinaria fusione tra Umbria e Marche: le colline ricordano il Lago Trasimeno, mentre sul fondo compare il mare della zona di Fano con il Monte Conero. Non si tratta di una veduta reale, ma di un paesaggio poetico costruito attraverso memorie, suggestioni e invenzione.
Il San Sebastiano di Panicale e il paesaggio come consolazione
Uno degli esempi più celebri è il San Sebastiano realizzato per un ospedale destinato agli appestati.
Dietro il colonnato si apre una sequenza di finestre che mostrano colline dolcissime e un mare luminoso in lontananza. Lunghi interpreta questo paesaggio come una forma di consolazione visiva: un’immagine pensata per accompagnare chi si trovava davanti alla malattia e alla morte.
È proprio qui che il Perugino raggiunge una libertà pittorica sorprendente. Gli alberi non sono più descritti foglia per foglia; la luce dissolve i dettagli e costruisce un’atmosfera morbida e sospesa.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, Martirio di san Sebastiano, 1505, particolare. Panicale, chiesa di San Sebastiano.
Raffaello e gli allievi del Perugino
Il paesaggio inventato dal Perugino diventa rapidamente un modello imitato da numerosi pittori.
Tra i primi compare naturalmente Raffaello Sanzio, che nei dipinti dei primi anni del Cinquecento utilizza spesso vedute riconducibili al Lago Trasimeno. Secondo Lunghi, Raffaello riesce addirittura a restituire la profondità atmosferica meglio della fotografia, separando perfettamente acqua, colline e lontananze.
Anche Domenico Alfani adotta modelli paesistici derivati da Raffaello e dal Perugino, utilizzando disegni e soluzioni compositive legate alla tradizione umbra del primo Cinquecento.

Raffaello Sanzio, Madonna del Prato (conosciuta anche come Madonna del Belvedere), 1506, particolare. Vienna, Kunsthistorisches Museum.


A sinistra, Raffaello Sanzio, cartone per Sacra Conversazione, 1507-1508. Lille, Palais des Beaux-Arts.
A destra, Domenico Alfano, Sacra Famiglia con i santi Anna, Gioacchino e Giovannino, 1510. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.
Lo Spagna e il paesaggio diventato canone
Il caso più evidente è però quello di Giovanni di Pietro detto lo Spagna. Nel dipinto conservato a Trevi, lo Spagna riprende apertamente il modello del Perugino: colline leggere, linea d’acqua piatta e orizzonte luminoso diventano ormai formule condivise.
I paesaggi inventati dal Perugino si trasformano così in una vera e propria “norma figurativa”. Il paesaggio non è più soltanto uno sfondo, ma un linguaggio riconoscibile.

Giovanni di Pietro, detto Lo Spagna, Incoronazione della Vergine (nota anche come Pala di Todi), 1511, particolare. Todi, Pinacoteca Civica.
Il paesaggio del Perugino tra realtà e invenzione
Uno degli aspetti più interessanti riguarda la differenza tra veduta reale e paesaggio poetico. Alcuni pittori umbri, come Luca Signorelli o Fiorenzo di Lorenzo, restituiscono immagini molto più fedeli del territorio umbro e del Lago Trasimeno.
Il Perugino sceglie invece un’altra strada: non rappresenta il vero in senso topografico, ma costruisce un paesaggio ideale, armonioso e mentale. Ed è proprio questa invenzione poetica a renderlo uno dei modelli più influenti della pittura italiana tra Quattrocento e Cinquecento.









